Per mesi nessuno tra gli organi d’informazione si è occupato dell’affaire più eclatante dell’estate 2026: Cala Finanza. Perché comparisse qualche trafiletto e fossero poi pubblicati interi servizi giornalistici, sui quotidiani nazionali prima che sui regionali, ci sono voluti presidi e contestazioni di massa. È il segno, l’ennesimo, di un’emergenza informazione senza fine. Dopo il momentaneo stop ai lavori, dalla primavera di quell’anno le posizioni delle migliaia di persone scese in campo per la salvaguardia del paesaggio della Gallura restano chiare. “No al mancato rispetto dell’ambiente. No a norme per aggirare le tutele naturalistiche. No ad avventure neocolonialiste”. È a questo tris di NO che aderiscono associazioni, gruppi autonomisti e civici, realtà impegnate nella difesa di mare e spiagge. Allarme rilanciato nell’appuntamento del primo luglio 2026 davanti a Tavolara. Dove si è tenuto un grande sit-in che ha evocato le proteste simili sui litorali dell’Albania contro gli “investimenti” di Trump. Alla manifestazione sarda ha dato il proprio supporto il Comitato Costituzione Attiva di Sassari. Che ha così commentato, in un documento ufficiale pubblicato sul sito Facebook, l’intera vicenda: “L’inedita procedura appena seguita appare in totale contrasto con l’impalcatura giuridica eretta nel tempo in Italia per evitare eco-mostri. Per quello che riguarda la Costituzione, si segnala il tradimento sostanziale dell’articolo 9 sulla salvaguardia del patrimonio naturale e dell’articolo 41, che garantisce la libertà dell’iniziativa economica privata, ma la vieta se reca danni a salute e paesaggio o si realizza contro l’utilità sociale”. Come dire: quello tentato è un pericolosissimo slalom fra i divieti imposti da leggi come la normativa nazionale “Galasso” e la “Salvacoste” voluta dall’ex governatore sardo Soru. 

Mentre è già cominciato lo scaricabarile su responsabilità e ispiratori di questo contrastatissimo progetto che ha diviso persino le destre, la Villa Certosa di Berlusconi nel vicino Porto Rotondo è stata venduta alla famiglia reale del Qatar e il Villaggio Valtour sull’isola di Santo Stefano lasciata libera dai sommergibili atomici americani è stato ceduto al fondo sovrano dell’Arabia Saudita, con tanto d’annuncio d’imminente demolizione dell’attuale insediamento. Obiettivo: realizzare un hotel a 7 stelle con 80 suite. Nel frattempo contro le speculazioni tentate a Cala Finanza sono state raccolte più di centomila firme, mobilitati comitati e gruppi come WWF, Italia Nostra, Surra, Grig e Movimento ambiente Sardegna. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri, che all’inizio di tutta la faccenda aveva respinto le opposizioni della Giunta regionale guidata da Alessandra Todde (Cinque Stelle) e del ministero per la Cultura, dapprima la storiaccia è arrivata in Parlamento per merito delle opposizioni: qui deputati e senatori sardi hanno presentato interrogazioni chiedendo chiarimenti sull’iter. La contestazione è poi cresciuta di giorno in giorno: perché il problema non concerne soltanto quel tratto di costa, ma il futuro stesso dell’isola. Motivi per cui ha già aderito al fronte di contestazione su tutta la linea #NOBAVAGLIO all’informazione. In un comunicato della rete, che agisce come scorta mediatica nei territori, si può leggere così: “Siamo a fianco delle cittadine e dei cittadini per documentare e dare voce a questa mobilitazione che è parte integrante della battaglia per proteggere una delle aree più pregiate del Mediterraneo. Si vorrebbero realizzare un mega resort di lusso con hotel a cinque stelle, ville private, ristoranti, impianti sportivi, porto turistico e campo da golf. Un progetto destinato a una ristretta élite, costruito dentro un territorio che dovrebbe invece essere tutelato e accessibile a tutti. Dietro l’operazione c’è il gruppo Jhsf Participações, colosso dell’immobiliare di fascia alta, che assicura investimenti, occupazione e sostenibilità. Una narrazione già sentita. Accompagna da sempre operazioni di questo tipo: sviluppo, lavoro, modernità. Ma a ben vedere, il punto non è ciò che viene promesso, bensì il modo in cui si è arrivati al via libera”. Il progetto era stato da subito bocciato dagli enti tecnici e dalla Regione, che avevano evidenziato come l’intera zona fosse sottoposta a limitazioni rigidissime: fascia dei 300 metri dalla battigia, classificazione come bene paesaggistico di particolare valore, prossimità a siti della rete Natura 2000. Pareri negativi definiti “non superabili”. Eppure, superati inizialmente grazie alle procedure semplificate della ZES unica del Mezzogiorno, le stesse che hanno consentito di aggirare ostacoli normativi fino alla retromarcia finale disposta dal Consiglio dei ministri. È qui che si è comunque consumata la frattura: uno strumento pensato per favorire attività produttive in altri campi trasformato in corsia preferenziale per speculazioni a pochi passi dal mare, con il risultato di svuotare di significato i sistemi di tutela collettiva del territorio. Un grimaldello inaccettabile. 

Per tutti questi motivi la retromarcia ottenuta sui piani ipotizzati per dare vita al mega-resort rappresenta un rilevante ma parziale successo. Non ci sono unicamente le attese legate agli sviluppi della “pratica” sul piano giudiziario, tra ennesimi ricorsi e nuovi controricorsi. Bisogna innanzitutto che ogni forza antagonista rispetto alle tattiche di un governo che agisce a tutto campo con furia distruttrice di norme si mobiliti a fondo con spirito compatto. Su scala locale e nazionale, va garantita l’unità prima di qualsiasi soluzione per nuove mobilitazioni. Mentre la battaglia civile per la difesa di Cala Finanza era in atto sono infatti riemerse divisioni tra movimenti, ferite tra esponenti di partiti sedicenti d’opposizione, iper analisi per spaccare il capello in quattro. E il giorno dopo, non appena c’è stata la retromarcia, sul web si è scatenata una poco nobile gara per intestarsi la vittoria. Ecco, allora: se il conflitto contro manovre romane pericolosissime appare a ogni effetto lungo e complesso, di un aspetto si deve stare sicuri. Solamente l’unità tra tutti – comitati, gruppi di contrasto e realtà come la scorta mediatica rappresentata da #NOBAVAGLIO – consentirà agli attivisti la salvaguardia dei litorali qui stesso e in differenti regioni, a cominciare dalla Puglia. E solo quell’unità d’azione permetterà di afferrare il filo nero lanciato per strangolare i valori della Costituzione e ributtarlo in mare definitivamente.